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Al via «Cucine da incubo» con Cannavacciuolo

Dopo una prima stagione fortunata, terminata con qualche polemica di troppo, il 7 maggio alle 21.10 torna su Fox Life la versione italiana di Cucine da Incubo. Trasposizione più o meno riuscita del successo planetario che è Kitchen Nightmares. Ma, mentre in America tra le cucine altrui si aggira indisturbato il buon Gordon Ramsay, in Italia è Antonino Cannavacciuolo, chef di Villa Crespi, ad ergersi a paladino del buon gusto. Grande e grosso al punto da essersi guadagnato l’etichetta di «Bud Spencer dei fornelli», Antonino ha però un difetto non trascurabile: un cuore grosso almeno quanto i disastri culinari dei protagonisti della serie. Troppo grosso per restituire alle telecamere quell’«effetto Gordon Ramsay» che da anni ormai manda in brodo di giuggiole milioni e milioni di spettatori, ansiosi solo di vedere qualche piatto volare attraverso le sale sciatte dei ristoranti selezionati. Meglio ancora se accompagnato da qualche parola «incoraggiante». Ma la colpa non è di Cannavacciuolo. E nemmeno delle svariate produzioni italiane. È che trovare l’erede del cuoco scozzese sembra praticamente impossibile. Non ce n’è uno che abbia la spontaneità di Ramsay, quella naturale tendenza alla spettacolarizzazione che, pur essendo un po’ trash, risulta perfetta dal punto di vista televisivo. «Ma sei andata a cucinare in bagno? Perché io nel piatto vedo solo m***a»; «Questo pesce è così crudo che si sta ancora agitando nel piatto»; «La vuoi cuocere quella patata o aspetti che si dia fuoco da sola per protesta?”. Il repertorio di Ramsay è talmente vario e variopinto che qualcuno gli ha persino dedicato una pagina Facebook. Poco importa che dalla parte dei ben pensanti piovano critiche e occhiatacce: il «turpiloquio indecente» non solo piace, ma funziona. Funziona al punto che al pluristellato chef europeo è stata affidata la conduzione di un numero indefinito di programmi, la maggior parte dei quali ha trovato e sta trovando adattamento e spazio anche in Italia. Peccato solo che a condurli da noi ci sia un esercito di chef. Come a dire che per fare un Ramsay non bastano cinque cuochi nostrani e che i format portati in auge dal nome del britannico debbano per forza essere sparsi qua e là, affidati alle cure di Cracco o a quelle di Barbieri e di un altro pugno di cuochi rinomati. Abbastanza rinomati da saper gestire con maestria cucine e fornelli, non abbastanza televisivi per gestire quello che Ramsay gestisce quotidianamente. A volte non abbastanza televisivi neanche per gestire dieci minuti di diretta televisiva. E così, come in un gigantesco Risiko, a Cracco è toccata in sorte Hell’s Kitchen, a Barbieri Junior Master chef e a Bastiani Master chef, mentre a Cannavacciuolo è toccato ripulire le cucine altrui, a volte così sporche da avere bisogno dei Nas. O almeno così ci dice lui, liquidando con una certa dose di rabbia le dichiarazioni polemiche che lo scorso anno hanno seguito l’episodio di Cucine da Incubo dedicato all’Isola Fiorita. Una trattoria pittoresca sorta qualche anno fa vicino all’acqua verdognola del Naviglio Grande, a Milano. Scarafaggi(anzi, «blatte del Naviglio »),pentole sporche e camerieri negligenti avevano regalato agli spettatori una puntata ricca di sorprese, agli ospiti in sala piatti ricchi di un altro tipo di sorprese. «Ma sì, erano tutte comparse e gli scarafaggi ce li ha messi la produzione. Le pentole invece abbiamo concordato di non lavarle per quattro giorni, era tutto programmato», hanno detto i proprietari, toccando nel vivo l’orgoglio di Cannavacciulo che può sopportare di non essere telegenico come Ramsay ma non può sopportare di essere accusato di fingere.

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