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Da lunedì su dMax torna Unti e Bisunti con Chef Rubio

Unti e bisunti: già il titolo la dice lunga sull’ideale culinario promosso su dMax da Chef Rubio, il famoso «macho – cuoco»del digitale terrestre. Il programma, di cui lunedì 21 aprile inizia la seconda stagione, non ha infatti nulla a che vedere con le «fighetterie» alla Master chef: qui si va per strada, tra la gente, per scoprire la cucina del territorio, quella più verace. Si mangia con le mani, si beve la zuppa direttamente dal piatto, si assaggia il cibo cingalese. Perché quel che conta non è il bon ton o l’immagine del conduttore, ma solo la promozione di una vera cultura gastronomica. Ed è proprio questo, infondo,ad aver garantito gli alti ascolti allo show, che è stato il terzo titolo più seguito nel 2013 su dMax: la genuinità di uno chef come Rubio che crede talmente in quello che ha da dichiarare: «Ho scelto di apparire in tv perché sono in missione: voglio dimostrare che esiste un modo anche culturale di raccontare la cucina». Il riferimento implicito è al fenomeno dei talent culinari che Chef Rubio non esita a definire come «specchi per allodole, dove a dominare la scena è la figura dello chef e le uniche parole ricorrenti sono tre: Uao, cool e food!». La sua ambizione è arrivare a realizzare dei reportage (e noi già ce lo immaginiamo come il Pif tatuato delle cucine), ma nel frattempo prosegue nella sua attività di scrittore sfornando un nuovo libro, in libreria dal 22 aprile: «Unti e bisunti – viaggio nell’Italia dello street food», a base di racconti e ricette. Il suo, dunque, è uno stile di cucina refrattario alle mode e ai luoghi comuni, ma attento al Paese reale. E il primo falso mito che Chef Rubio smonta è proprio quello nazionale: «Non è vero che la cucina italiana è la migliore al mondo: è la nostra mentalità egocentrica e approssimativa a promuovere questa idea», spiega. «In realtà abbiamo ricevuto tantissime contaminazioni e, a differenza per esempio dei giapponesi, non abbiamo saputo codificare la nostra cucina.Ci fermiamo all’estro, alla genialità, trascurando aspetti come il rigore e la disciplina.E questo non basta per eccellere».

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