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Il caffè: ballano i prezzi ma non la domanda

Secondo il maggior torrefattore di caffè degli Stati Uniti Smucker, la domanda di caffè per i suoi marchi è diminuita dopo l’aumento del prezzo  del 9%, per reagire all’aumento del prezzo dell’arabica.

Questo è stato però un passo falso, in quanto, in effetti, la domanda del caffè non è diminuita, quindi i clienti non hanno rinunciato all’acquisto, ma sono migrati verso le aziende concorrenti che hanno mantenuto invariato il prezzo; anzi la domanda dell’oro verde (come viene chiamato) è, secondo l’ICO (International Coffee Organization) in una costante crescita che si attesta intorno al 2,5%, grazie anche all’aumento del consumo di caffè  da parte dei Paesi emergenti come la Cina, la Russia e la Corea del Sud.

C’è un famoso aforisma:”non si smette di bere caffè perché la tazzina costa più cara”. IL consumo di caffè è elevato nel mondo, infatti è considerato un bene primario, una commodity, in termini economici. Il suo prezzo non è determinato dai Paesi produttori del Sud America, i quali anzi sono esclusi dai profitti derivanti dalla vendita del bene, ma il caffè viene negoziato nelle borse di Londra e di New York.

In precedenza il prezzo era stabilito da accordi tra i Paesi produttori e venditori stabilendone un prezzo minimo e massimo, ma con la liberalizzazione dei mercati, di fatto il prezzo del caffè viene determinato dall’influenza delle multinazionali e dei grandi investitori ed inoltre subisce il gonfiamento dovuto all’operato degli speculatori finanziari.

Questi attraverso particolari prodotti finanziari come i contratti a termine o futures, acquistano e rivendono grosse partite di caffè prima ancora che vengano raccolte, per creare un aumento fittizio della domanda, in modo che si determini un aumento del prezzo della vendita reale traendo dei profitti sul maggior prezzo determinato.

La FAO ha dichiarato che tale attività speculativa dovrebbe essere evitata per le commodities, essendo dei beni di consumo primario, per garantire ai consumatori un prezzo equo ed evitare che i Paesi poveri lo diventino ancora di più.

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