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Maggioranza senza numeri su conti pubblici e lavoro

Se su una votazione che non presentava particolari ostacoli è andata così, cosa succederà quando arriverà in Aula la legge elettorale, la riforma del Senato o del Titolo V? Questa era la domanda che intanti, ieri nel Partito democratico, si facevano,dopo una mattinata in cui è emersa tutta la debolezza della maggioranza a Palazzo Madama. Il governo, infatti, l’ha spuntata, ma per pochi voti e con l’aiuto di Sel, di alcuni ex grillini e di qualche voto sparso. Le votazioni decisive erano due: quella sul rinvio del pareggio di bilancio al 2016, chiesto per poter pagare i debiti della pubblica amministrazione, e quella sul Def. La prima aveva bisogno della maggioranza assoluta, che è di 161 senatori.La richiesta di slittamento è passata con 170 voti, di cui 162 della maggioranza, più 8 aggiuntivi: 5 senatori di Sel,2 ex grillini (DelPin e Gambaro) e il leghista Renato Calderoli che ha votato in dissenso dal suo gruppo. Non solo: nei 162 voti della maggioranza vanno contati anche due senatori di Gal, il cosentiniano Pietro Langella e l’ex leghista Michelino Davico. Il gruppo del Pd era praticamente al completo, fatta eccezione per un assente. In pratica, tolti i voti “extra”maggioranza, la coalizione di governo (Pd, Ndc, Pi, Sc, Gale Autonomie) ieri ce l’ha fatta per un solo voto a superare l’asticella della maggioranza assoluta. La fragilità si è confermata nel voto successivo, quello sul Def: è stato approvato con 156 sì, 92 no e due astenuti. Tredici voti in meno del primo votodi fiducia,quello del 25 febbraio scorso,quando il governo aveva ottenuto 169 voti, scesi a 160 nel secondo voto di fiducia. Numeri che hanno dato il destro all’opposizione, in particolare a Forza Italia, per sottolineare la debolezza della situazione. «Al Senato», ha commentatoMaurizio Gasparri, Fi, vicepresidente del Senato, «abbiamo assistito a un cambio di maggioranza. Senza il supporto dei senatori di Sel e di qualche altro contributo estemporaneo, il governo Renzi nonavrebberaggiuntolamaggioranza assoluta per lo slittamento del pareggio di bilancio». Stesso concetto ribadito da Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera: «Il governo non ha la maggioranza assoluta in una Camera del Parlamento». MentreMaria Stella Gelmini su Twitter ironizzava sullo slogandiMatteoRenzi: «Def,ecco LaSvoltaASinistra. Senza Selnomaggioranza alSenato.Renzihavintoleprimarie ma perde in Parlamento». Quanto al contenuto del Def, se per Brunetta siamo dentro «una bolla mediatica di illusioni», per il senatore Lucio Malan, sempre di Fi, «non solo si tratta solo di impegni e non di provvedimenti concopertura»,ma «è giàmanifesta l’intenzione di questo governo diaumentare le tasse e di non tutelare il comparto sicurezza». Superato lo scoglio del Senato, il governo si è presentato alla Camera dei deputati, dove non ha problemi dinumeri.La risoluzione che autorizza il governo a slittare al 2016 il pareggio dibilancio è passata, infatti, con 373 sì, 114 no e 4 astenuti. Il Def, invece, è stato approvato con348 voti favore e 143 contrari.Ma questa forza numerica nasconde problemi non piccoli, soprattutto nel Pd, dove il gruppo è ancora formato in gran parte da bersaniani. Non a caso la critica più forte al Def, ieri, è arrivata proprio da tre deputati del Pd: «Il Documento di EconomiaeFinanza e ilProgramma Nazionale di Riforme sono ricchi di buone intenzioni.Mancaperò la svolta attesa rispetto alla lineadiausterità edi svalutazione del lavoro», si legge in una nota firmatadall’ex viceministro Stefano Fassina, da Alfredo D’Attorre e dall’ex ministro Cesare Damiano. «Come è oramai evidentedaidati »,continuailcomunicato, «lungo questa rotta i risultati rimangonosempre gli stessi:menoPil, menooccupati,più debito pubblico». Superata l’austerità, «si rischia di aggrapparsi all’illusione ancora più pericolosa delle potenzialità espansive della precarizzazione del lavoro». Ed è proprio questo dossier, il lavoro, quello su cui laminoranza delPd ha deciso di condurre la propria battaglia al governo di Matteo Renzi. E ieri, in commissione Lavoro, dove si è finito di esaminare il decreto Poletti, ha segnato un punto. Sono riusciti, infatti, a far approvare importantimodifiche rispetto al testo originario, contando sul fatto che nell’undicesima commissione la maggioranza dei componenti del Pd sono filo- Cgil. La possibilità di rinnovare i contrattia terminefino aunmassimo di 36 mesi passa da 8 a 5. L’apprendistato obbligatorio torna a essere pubblico. E vengono inserite sanzioni enormepiù rigide sui contratti flessibili. Ncd non ha votato con il Pd e ha annunciato battaglia in Aula. «Alla prima prova da sforzo sul lavoro il Pd non ha tenuto», ha detto Maurizio Sacconi, capogruppodiNcd alSenato, «perché ha concorso a togliere alcune regole con il decreto legge e subito dopo in Parlamento ne ha volute ripristinare una parte significativa. Sarà necessario quindi un chiarimento politico sulla lealtà parlamentare del Partito democratico agli attidi governo».Ciritica anche Rete Imprese Italia, secondo cui se il decreto passa così è «un’occasione sprecata».Mentre «molto soddisfatto» si è detto Damiano. Per ilministro Poletti, «la commissione non ha stravolto il testo del decreto. Ora bisogna approvarlo rapidamente in aula».

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